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Mario Giacomelli - Galleria Melesi
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Appunti d'artista

Mario Giacomelli

Scanno, 1957
“Scanno è un paese da favola di gente semplice, dove è bello il contrasto tra mucche, galline e persone; tra strade bianche e figure nere, tra bianche mura e neri mantelli. Ho cercato di fermare alcune di quelle immagini per dare anche agli altri l’emozione che ho provato di fronte ad un mondo ancora intatto e spontaneo.
Ho fatto tutte queste foto con una velo città bassa, perché le immagini venissero un pò mosse, per rendere magico questo mondo. Ho sbiancato i fondi annerendo le figure, ed ho creato spazi vuoti utilizzando i grigi per mantenere l’equilibrio dell’immagine.”

 

Storie di terra, 1954-1957
“Attraverso le foto di terra io tento di uccidere la natura, cerco di toglierle quella vita, che le è stata data non so da chi ed è stata distrutta dal passaggio dell’uomo, per ridarle una vita nuova, per ricrearla secondo i miei criteri e la mia visione del mondo. Ho svuotato questi paesaggi della loro realtà per ricomporli e ristrutturarli inserendovi qualcosa di mio. La natura è lo specchio in cui io mi rifletto, perchè salvando questa terra dalla tristezza della devastazione, voglio in realtà salvare me stesso dalla tristezza che ho dentro. A volte ho addirittura usato un negativo scaduto, uno strumento già “morto”, proprio per accentuare questa sensazione, ottenendo un effetto di neri che diventano tutt’uno con le zone intorno.”

 

Lourdes, 1957
“Mentre all’ospizio vogliono ad ogni costo morire, qui vogliono a tutti i costi vivere. E’ un controsenso. Questi che soffrono realmente chiedono, sognano di vivere e inventano qualcosa, una Madonna, perchè non sanno più in quale buco rifugiarsi. La speranza è la cosa più bella che ho trovato a Lourdes tra questa gente. Il realismo delle immagini si legge attraverso le piccole croci luminose portate dalla gente, mentre la stampa contrastata vuol dare risalto al grande senso di vuoto che i malati provano rispetto al mondo. La gente che si affretta alla grotta, le carrozzelle in fila, gli accompagnatori con le barelle: come

francobolli o pacchi da spedire, pronti col loro biglietto. Ho poi sfuocato e sgranato i primi piani per mascherare almeno in parte l’orrore delle malattie più gravi”

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1954-1955
“Dopo avere lottato tutta la vita, perchè la fine di una vita deve essere questa? Normalmente si dice che la fotografia vale più di mille parole, ma questa realtà ci é così vicina che le fotografie e le parole perdono valore. Queste immagini sono le più realiste anche nella tecnica, le più vere e le più essenziali. Perchè più che quello che vedevo, volevo rendere ciò che avevo dentro di me: la paura di invecchiare, non di morire, il disgusto per il prezzo da pagare per una vita.
Si potrebbe costruire una sequenza di immagini: dai vecchi in controluce, a quelli seduti sulle panche, agli squallidi ambienti che diventano parte dell’individuo, ai gesti diversi ma tutti uguali della solitudine, fino ai primissimi piani dei volti, della pelle raggrinzita, cosi simile alla rugosità della terra devastata dall’uomo.”

 

Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963
Mario Giacomelli entra in contatto con l’ambiente del Seminario Vescovile di Senigallia, motivato dalla sua intima ricerca e dalla poesia di padre David Turoldo “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”. Dopo il primo anno di ambientazione e di contatto con i seminaristi, servitogli per elaborare idee e pensieri e per abituare questi giovani pretini alla ripresa fotografica, in una giornata di neve Giacomelli sente che era arrivato il momento dello scatto che avrebbe finalmente dato forma ed immagine alle sue idee e al suo pensiero interiore. Fotografa con bassa velocità per ottenere immagini sfocate e rallentate, usando il lampeggiatore per costruire i bianchi ed annullare ogni impedimento all’impianto estetico della composizione. I neri delle tonache sono aperti per lasciare gli ultimi spazi all’immaginazione e la deformazione della lunga posa, unita alla particolare angolazione della ripresa, colloca i pretini in uno spazio irreale, senza limiti e riferimenti, come fragili palloncini sospesi. Le fotografie dei pretini in circolo lo porteranno alla notorietà del grosso pubblico internazionale.

Giacomelli Mario
Mario Giacomelli
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