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Nando Crippa - Galleria Melesi
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Appunti d'artista

Nando Crippa

Nando CRIPPA:

intervista non autorizzata di Marco Rota

Sono un uom che fo’ di tutto
sono un farabutto…
E quando sarò secco
me ne andrò a Lecco

Ettore Petrolini, Fortunello

La prima volta che ti ho visto eri su un palco di provincia a recitare Petrolini. Non è che da grande avresti voluto fare l’attore?

Potrei ancora pensarci… Qualche anno fa ho fatto parte di un gruppo di teatro, a Milano. Facevamo Beckett, robe d’avanguardia… Con noi c’era anche una ragazza che veniva fuori da una famiglia importante, di banchieri… Eravamo diventati un po’ morosi, ma quando mi chiamava a casa, mia mamma intercettava sempre le telefonate (non si usava ancora tanto il cellulare…) e faceva interrogatori a lei e poi a me…

 

Potevi sposarla e “attaccar su il cappello” come si dice dalle nostre parti. Pare che molti artisti lo facciano. Che rapporto hai con i soldi?

Praticamente nessuno. Potrei vivere un mese con pochi euro in tasca (giusto per le sigarette), o spenderne mille in un minuto per qualcosa di completamente superfluo.

 

Come la volta del panama?

Sì. Allora stavo in Piemonte. Ho visto nella vetrina di una vecchia cappelleria del centro di Torino un panama che mi sembrava bellissimo. Sul cartellino del prezzo avevo intuito una cifra intorno ai sessanta euro. Mi sembrava un prezzo ragionevole, quindi ho deciso di entrare e vedermelo calzato in testa. I bottegai mi decantavano il prodotto: “è un modello indistruttibile; lo si può accartocciare e calpestare, e lui ritorna subito perfetto, come nuovo”. Dopo essermi rimirato un po’ allo specchio ho chiesto il prezzo. Mi rispondono che il cappello costa seicentocinquanta euro (!) In quello stesso momento decido di fare l’acquisto. Vado a prelevare i soldi a uno sportello automatico e torno a ritirare il mio panama nuovo fiammante.

 

Ti capitano spesso episodi del genere?

Per fortuna no.

 

Però il cappello è un elemento che usi molto anche nelle tue sculture…

Lo uso spesso, è vero. I miei “ometti” sono quasi sempre vestiti in modo molto formale. Quando indossano un completo, ci metto volentieri anche il cappello. A volte non portano la giacca: sono in maniche di camicia o hanno un gilet, ma ci metto comunque il più delle volte una cravatta. Le donne sono sempre in chemisier di colori poco vistosi; non le faccio mai in pantaloni. È un’eleganza sobria, un po’ compassata, quasi senza tempo.

 

Quindi personaggi che sembrano essere molto lontani dalla moda. Eppure le tue prime sculture sono venute fuori proprio da quel mondo…

È vero. Ho cominciato copiando le pubblicità che trovavo nelle riviste di moda. Per me modellare non è mai stato un problema, ma era difficile decidere cosa raffigurare.

Nelle pubblicità era il fotografo a studiare la composizione della scena, risolvendomi quella che per me era la parte più difficile del lavoro. Naturalmente io apportavo sempre qualche variante, aggiungendo, eliminando o sostituendo alcuni elementi. Già allora comunque cercavo le scene in cui i personaggi erano più enigmatici, un po’ trasognati, distratti, assorti nei propri pensieri, come assenti…

 

Cos’è rimasto di quel lavoro nelle tue opere più recenti?

Qualche traccia sicuramente la trovi ancora. Mi ricordo che ero rimasto colpito da una pubblicità in cui era raffigurato un uomo seduto sulla scalinata di Trinità dei Monti, a Roma. Aveva un mazzo di fiori in mano e lo sguardo perso nel vuoto. Come vedi, anche oggi continuo a usare la scalinata per metterci le mie figure, anche se non c’è più nessun rapporto con quella immagine pubblicitaria.

 

È vero: le tue scalinate mi fanno pensare più alle piramidi mesoamericane che al barocco romano…

Sì. Per me oggi la scalinata è diventata un semplice elemento architettonico (o scenografico, se preferisci). È un luogo dove collocare le mie figure in alternativa a una base completamente piatta, o a un muretto, a una colonna…

 

… o a un modulo lunare?

Questa è tutta un’altra storia. Per la mostra alla Galleria Melesi di Lecco volevo ci fosse un qualche legame col tema della montagna. Un po’ un omaggio a figure per me mitiche come Carlo Mauri o Walter Bonatti. Conoscevo l’esistenza del rifugio Ferrario, il cosiddetto “LEM”, in cima alla Grignetta, a quasi 2200 metri di altitudine. Credo sia stato disegnato dall’architetto Cereghini. Era talmente assurdo poter trovare in quel posto un oggetto simile che dovevo assolutamente farci qualche cosa.

 

E quindi?

E quindi ho chiesto all’amico Cristian Fumagalli, montanaro provetto e buon fotografo, di accompagnarmi al rifugio e scattare qualche foto. Mi sono portato nello zaino tutto il necessario e, una volta arrivati su al LEM, ho indossato un completo giacca-pantalone-gilet con tanto di cravatta e cappello. Una tenuta impeccabile. Le fotografie dovevano essere scattate in bianco e nero, per dare un sapore un po’ antico e ancora più straniante alla scena. La scultura con l’omino che esce dal LEM è venuta solo dopo.

 

Come se la vera opera d’arte fosse la tua performance in cima alla Grignetta…

Te l’avevo detto che dovrei fare l’attore.

Obelischi Nando Crippa
Obelischi, da sinistra a destra: Mai paura!, Gemelli, L'estasi di Arturo, Francesco II, Regina

A parte la montagna, mi pare che di recente c’è una tensione verso l’alto anche nelle tue sculture. Stai abbandonando le “piastrelle”?

No, non è così. Andare verso l’alto è solo un modo alternativo per creare lo spazio vuoto necessario alle mie figure. Quel vuoto che non trovano intorno, se lo trovano al di sotto. Capita quindi che a sostituire la loro solita base quadrata o rettangolare ci sia un cilindro, o un cono, o magari una colonna da stilita.

 

Come quella di “Francesco”?

Sì, anche se Francesco sulla colonna ci è finito un po’ per caso. Un anno fa circa sono stato a Urbino per accompagnare alcuni amici che dovevano allestire una mostra. Ci siamo fermati per una notte in albergo, ma io non riesco a dormire molto quando non sono nel mio letto. Così mi sono alzato prestissimo e sono uscito ad aspettare il giorno. Mi sono ritrovato a camminare completamente solo per le strade di questa città color dell’argilla: facciate di mattoni, strade di mattoni. Davvero la “città ideale” (almeno per me). Avanzavo preceduto e seguito da una quantità enorme di piccioni.

 

Un’immagine a metà fra la metafisica di De Chirico e la tassidermia di Cattelan…

Credo che in quel caso c’entrassero poco entrambi. Quello che avrei voluto modellare, se avessi avuto lì la creta, era una specie di autoritratto: un uomo che cammina solo, nel mezzo di uno spazio vuoto (una delle mie “piastrelle”), circondato da uccelli a cui parla, e loro lo ascoltano. Proprio come Francesco. Voglio dire: quello di Assisi.

 

E poi?

E poi, come mi succede di solito, una volta tornato a casa non ci ho più pensato. Il “momento magico” era passato. Ma a distanza di tempo, come vedi, qualcosa è riaffiorato. Ecco come è venuto fuori questo nuovo “Francesco”. Al posto della base a piastrella si ritrova una colonna, e un unico piccione posato sulla testa, come quelli che vediamo sui monumenti delle nostre piazze. Magari ogni tanto gli parla anche, ma finora non l’ho mai sentito.

 

Da quello che mi dici, sembra che tu abbia molte storie da raccontare, ma che queste storie rimangano sempre fuori dai tuoi lavori, o quanto meno a margine. Quando guardo una tua scultura non colgo una volontà narrativa o didascalica immediata…

Sì, non mi piace che la “storia” sia chiara. Se un uomo seduto su un muretto o su una scalinata guarda fisso davanti a sé, puoi immaginarti qualsiasi cosa. Se invece ci metto lì vicino un gatto, o un libro, o un cappello, è chiaro che l’uomo sta guardando il gatto, o il libro, o il cappello.

E la questione di tutto quello spazio vuoto? È davvero necessario? Con sculture dalle basi meno ingombranti faresti più felici anche i collezionisti: oggi hanno tutti problemi di spazio…

Effettivamente se modello un uomo in piedi mi basterebbe fargli una base quadrata di una decina di centimetri di lato. A volte anche meno. Ma cosa avrei realizzato? un monumento in miniatura? un soldatino cresciuto troppo? un bambolotto di lusso? una statuina da presepe postmoderno? Mi pare che nel nostro quotidiano ci troviamo tutti a vivere in uno spazio, più che sopra a un piedestallo, e poi…

 

E poi?

Poi c’è la questione della distanza. Spesso chi guarda i miei lavori è come se soffrisse di una specie di “miopia”. Ci si avvicina troppo. Ci si sofferma sulle figure – sugli ometti o sulle donnine – senza dare il giusto peso a quello che tu hai chiamato semplicemente lo “spazio vuoto”, che per me è importante tanto quanto le figure…

 

Mi fai venire in mente un tuo lavoro del 2008 che hai intitolato “Prova di fuga”…

Sì, in quella scultura avevo addirittura eliminato la presenza umana. Rimanevano solo degli indizi: un orologio appoggiato su un tavolo e un paio di scarpe in un angolo…

 

Aumentando lo spazio e la distanza elimini anche il primo piano. È per questo, forse, che non ti è mai interessato molto il tema del “ritratto”. Eppure sembra di intuire molto spesso nei tuoi personaggi una dimensione drammatica, una tensione psicologica che a volte viene banalizzata, o capita solo in superficie…

Sì, hai ragione. Spesso le letture che vengono fatte dei miei lavori rimangono alla superficie, mentre se ci metti un po’ più di impegno puoi trovare strati di significato che scendono sempre più nel profondo. Ma a me vanno bene anche le letture superficiali…

 

Beh, forse potresti aiutarci tu ad andare nel profondo…

Non ci provo nemmeno! Sono talmente complicato che ci vorrebbe troppo tempo per dire tutto quello che sarebbe necessario per farmi capire. E sono troppo pigro per provarci. Quindi semplifico.

 

Sei pigro anche quando devi lavorare?

Generalmente sì. Se non fossi venuto oggi tu a trovarmi, avrei passato il pomeriggio a navigare in Internet…

Nando Crippa nel suo studio
Nando Crippa ritratto al lavoro nel suo studio da Gianluca Chiodi

… e invece stai modellando ininterrottamente da quasi tre ore! Un altro pezzo per la mostra lecchese?

Sì, è la variante di una scultura con la quale ho vinto il Premio Aletti qualche anno fa. È una specie di tenda a padiglione che forma quasi un cubo. C’è un uomo, di spalle, che scosta con le mani i lembi di un’apertura e scruta all’interno. Nella versione precedente insieme all’uomo c’era anche una donna, ma forse semplificando è ancora più intrigante.

 

Detto così sembra una scena un po’ morbosa, ma guardando la scultura non mi pare ci siano implicazioni voyeuristiche…

Direi di no. Figurati che la prima applicazione di questa idea era una reinterpretazione della natività in un ideale presepe che avevo esposto al Castello di Rivara… In quel caso a sbirciare nella tenda oltre alla coppia c’era anche un bimbo.

 

C’è una specie di inversione del punto di vista rispetto agli altri tuoi lavori…

In un certo senso sì. Nelle altre sculture le figure non capisci cosa guardino. Qui invece tu vedi la figura di spalle, e sai che sta guardando all’interno della tenda, ma non puoi sapere cosa ci sia da vedere lì dentro. Il bello è che non lo so nemmeno io…

 

Quanto tempo ti occorre per terminare una scultura?

Non c’è un tempo “medio”. Quindici minuti o quindici giorni (non conto gli eventuali periodi di sospensione, altrimenti superiamo anche i quindici mesi). Sembra paradossale, ma i personaggi – che a molti sembrano la parte più difficile – a volte vengono fuori in qualche minuto. Poi magari si passano ore a ritoccare la superficie completamente piatta di una base…

 

È così necessario?

Per me sì: ti dicevo poco fa di come lo spazio intorno alle figure sia tanto importante quanto le figure. Modellare una “piastrella”, un cono o una colonna è un lavoro a volte lunghissimo, quasi maniacale. Solo a un certo punto capisco che funziona, che posso fermarmi, che la scultura è finita. Almeno per quanto riguarda la modellazione. Poi ci sono i tempi di essiccazione, la cottura e la colorazione.

 

Come decidi i colori?

Questione complicata. Non sono quasi mai contento della prima versione. Provo e riprovo finché sono convinto.

Solo che se devo coprire con un colore chiaro quello che prima avevo dipinto più scuro ci vogliono molti passaggi. E poi con il pennello rischi sempre di andare a sporcare la parte già dipinta di un altro colore, e devi rifare pure quello. Un lavoro di grande pazienza. Che io purtroppo non ho….

 

Come ti è venuto in mente di realizzare personaggi in grandezza naturale? Mania di grandeur?

Se è per questo, io proverei anche a farne di enormi: personaggi di otto metri di altezza. Magari anche in bronzo…

 

La “Quadrelada” che hai esposto alla Galleria Seno di Milano sembrava la realizzazione del nostro sogno di bambini: una sculturona fatta tutta di mattoni assemblati, un enorme Lego per farci giocare i personaggi di Rabelais. Per la mostra da Sabina invece hai fatto realizzare in resina questo “Uomo seduto sul muretto” che riproduce in scala naturale uno dei tuoi “gioppini”. Due opere di dimensioni analoghe, ma che sembrano nascere da poetiche molto differenti…

La “Quadrelada” è stata forse più giocosa, come dici tu, anche se piuttosto impegnativa. Ho dovuto fare tutto da solo da cima a fondo. La scultura per la mostra di Lecco, invece, ha dovuto far entrare in gioco un’altra persona, che si è occupata di prendere i calchi del mio modello e colare la forma in resina, che io poi ho colorato. Il risultato, in questo caso, è molto più simile a quello che sarebbe venuto fuori con una classica scultura in bronzo.

 

Operazione un po’ rischiosa…

Direi rischiosissima: ho imparato col tempo che le mie figure riescono a funzionare solo in certe dimensioni. Se ti sposti anche di poco, ti accorgi che qualcosa non va. Se ti sposti ulteriormente, magari ricomincia a funzionare, e così via. Solo che non riesci a prevederlo: l’effetto lo puoi vedere solo quando hai davanti il risultato finale.

 

E hai fatto molti tentativi prima di arrivare alla dimensione che funziona?

Beh, qualcuno. Ma ti ho già detto che non ho molta pazienza… A proposito: manca molto alla fine dell’intervista? Sono un po’ stanco…

 

Ma se ho fatto tutto io!

(feb 2012)

Nando Crippa, Vittorio Sgarbi, Sabina Melesi
Nando Crippa, Vittorio Sgarbi, Sabina Melesi (ArtVerona 2012)
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