Luigi ERBA

Fu sino alla fine degli anni 80, quando lavoravo sul tempo accostando un'immagine all'altra, che cominciai a concentrare i segni del mio territorio come in una tavola ritrovata nella memoria.
Era un concettualismo lirico che voleva parlare in modo individuale del mio ambiente, attraverso segni che facevano parte di me. Così mi accorsi che avevo compiuto un viaggio a ritroso nella stessa genesi della scrittura. Volevo poi decisamente staccarmi dell'asetticità dell'immagine di territorio partendo da una materia per giungere concettualmente alla sua immaterialità o, per dirla con Calvino, "leggerezza".
Proprio in quegli anni iniziavo ad esprimermi attraverso gli interfotogrammi, più istintuali, in cui veniva messa in discussione la progettualità in nome di una casualità di ripresa che ridava senso al mezzo, all'occhio tecnologico. Più che vedere, desideravo: delle immagini mi appropriavo dopo in sede di provinatura a contatto e mi accorgevo che lo scatto non era più unico, ma un momento prolungato all'infinito. Era il gesto di fotografare che rimetteva in discussione il prima e il dopo e mi introduceva in un mondo di relatività. Cominciai poi a sovrapporre nel rullino un luogo sull'altro in momenti e tempi diversi. La fotografia non congelava più, ma si dilatava in una casualità costante... era, diventava sempre di più una manifestazione imperfetta, provvisoria, mai un'espressione precisa di ciò che rappresentava. Non andava oltre il suo accadere e avrebbe potuto essere diversa, poi diversa ancora e in un altro luogo. La tecnologia delle casualità diventava l'essenza emozionale del mezzo e di me stesso.
Luigi Erba (7/11/2000)

Il critico Roberto Mutti con Luigi Erba Luigi Erba (MiArt 2003)
Il critico Roberto Mutti con Luigi Erba
all'inaugurazione della mostra personale
alla Galleria Melesi (febbraio 1997)
Luigi Erba (MiArt 2003)