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Fu sino alla fine degli anni 80, quando
lavoravo sul tempo accostando un'immagine all'altra, che cominciai a
concentrare i segni del mio territorio come in una tavola ritrovata
nella memoria.
Era un concettualismo lirico che voleva parlare in modo individuale del
mio ambiente, attraverso segni che facevano parte di me. Così mi
accorsi che avevo compiuto un viaggio a ritroso nella stessa genesi
della scrittura.
Volevo poi decisamente staccarmi dell'asetticità dell'immagine di
territorio partendo da una materia per giungere concettualmente alla sua
immaterialità o, per dirla con Calvino, "leggerezza".
Proprio in quegli anni iniziavo ad esprimermi attraverso gli
interfotogrammi, più istintuali, in cui veniva messa in discussione la progettualità in nome di una casualità di ripresa che ridava senso al
mezzo, all'occhio tecnologico. Più che vedere, desideravo: delle
immagini mi appropriavo dopo in sede di provinatura a contatto e mi
accorgevo che lo scatto non era più unico, ma un momento prolungato
all'infinito.
Era il gesto di fotografare che rimetteva in discussione il prima e il
dopo e mi introduceva in un mondo di relatività. Cominciai poi a
sovrapporre nel rullino un luogo sull'altro in momenti e tempi diversi.
La fotografia non congelava più, ma si dilatava in una casualità
costante... era, diventava sempre di più una manifestazione imperfetta,
provvisoria, mai un'espressione precisa di ciò che rappresentava.
Non andava oltre il suo accadere e avrebbe potuto essere diversa, poi
diversa ancora e in un altro luogo. La tecnologia delle casualità
diventava l'essenza emozionale del mezzo e di me stesso.
Luigi Erba
(7/11/2000) |