Nel 2002, quando Jiri Kolar è mancato lo conoscevo da quindici anni, era un amico col quale ho sempre parlato solo per mezzo del caro Roman Kames, che ci faceva da interprete, per questo suo “vezzo” di non parlare francese, nonostante vivesse in Francia da un ventennio. Le visite al suo studio di Parigi erano tutte le volte una forte emozione: ci accoglieva con semplicità, lui, già anziano ci prendeva le sedie per farci accomodare e ci serviva da bere vino rosso e whisky d’annata, poi si guardavano le opere, le ultime pubblicazioni e si chiacchierava di arte o altro. Si usciva dalla porta e già si desiderava tornare.
Lo ricordo come un genio col sorriso, le sue opere sono sempre positive, sempre ironiche, come lo era lui. Durante gli ultimi mesi che abitava a Parigi Jiri Kolar trascorse un periodo in ospedale, andai a trovarlo con mio padre e ci accolse con un sorriso che non dimenticherò mai e così a Praga; quando ci vedeva capivi che c’erano affetto e fiducia. Tanta fiducia al punto da delegare alla mia galleria l’archiviazione delle sue opere: aveva capito l’amore che avevamo per il suo lavoro.
Sabina Melesi |