Luigi TAZZARI

Ho iniziato a fotografare negli anni Settanta, all’età di tredici anni con una macchinetta di fabbricazione sovietica regalatami da mio fratello Paolo; decisi che la passione per la fotografia sarebbe poi diventata la mia professione durante gli anni dell’Università, dove frequentavo il corso di Medicina Veterinaria.
Dopo tanti anni di esperienza giornalistica come fotoreporter avevo bisogno di capire se ero in grado o meno di misurarmi con qualcosa di più impegnativo: da alcuni anni, precisamente dal 2003, mi sto dunque dedicando ad alcuni progetti finalizzati alla realizzazione di mostre e libri fotografici, che mi danno la possibilità di raccontare il mio percorso, la sua evoluzione e di confrontarmi con me stesso e gli altri, per comprendere se ciò che sto facendo ha un senso.

“Visual Echoes” è stato un progetto per me necessario: significava accettare una sfida, soprattutto con me stesso, una volta che mi sono sentito consapevole e pronto a rischiare.
E’ nato dalla ricerca di immagini, luoghi e cose che portiamo dentro di noi, e forse dalla necessità di distinguere dal flusso ininterrotto di rappresentazioni che ci pervadono quotidianamente, con la finalità di penetrare innanzitutto con la mente, almeno per un istante, la superficie cristallizzata del mondo, dove la realtà assomiglia sempre più alle sue immagini.
…e poi i ricordi... l’ottava elegia di Rilke, l’Infinito silenzio di Giacomo Leopardi… e il naufragar m’è dolce in questo mare”...
Ma come direbbe Gertrude Stein “la fotografia è la fotografia e basta”.
Luigi Tazzari
 
Il seguente riassunto è tratto dal testo di Massimo Mussini relativo alla serie di fotografie Visual Echoes.
Il titolo Visual Echoes scelto da Luigi Tazzari per la sua serie di fotografie pare fortemente appropriato alla sua ricerca, poiché come l’eco distorce i suoni che ripete, così queste immagini alterano la realtà riprodotta.
Tra le motivazioni dell’intenzionalità di tale trasformazione è certamente la volontà di non rappresentare in maniera realistica un tema, per certi versi usurato, come la spiaggia di una località turistica.
La scelta di cambiare registro figurativo da parte di Tazzari non deve però essere liquidata in maniera sbrigativa coma bizzarria, ma va piuttosto interpretata come ricerca progressiva che, dalle prime immagini di taglio fotogiornalistico che caratterizzano i suoi esordi, si indirizza verso una visione più attenta anche agli aspetti estetici della realtà.
Già nel libro Un’estate al mare, edito nel 2005, Tazzari raccontava la quotidianità di una spiaggia con un occhio selettivo e ironico. Il suo interesse si volgeva infatti alle situazioni un poco curiose, ai contrasti formali e comportamentali, agli aspetti più banali, ma anche a momenti comuni e per niente rilevanti, di cui coglieva tuttavia aspetti surreali o estremamente accattivanti.
Il tutto veniva mostrato però con immagini di forte incisività e cromaticamente saturate, mentre in Visual Echoes Tazzari indaga la realtà non con l’occhio acuto del perfetto vedente, ma sembra piuttosto aver adottato la visione incerta dell’occhio affetto da miopia, per il quale il mondo distante appare evanescente e dagli incerti contorni.
In Visual Echoes nulla è però presente della vita rumorosa e movimentata di una spiaggia adriatica. Sia che scatti le sue immagini fuori stagione, quando l’arenile è deserto, sia che operi tra i bagnanti, l’atmosfera rarefatta rimane costante. I movimenti appaiono sospesi, o fortemente rallentati come in assenza di gravità; il banale e il kitsch, che regnano sovrani nei luoghi balneari, si dissolvono e in loro vece regna un’atmosfera trasognata e irreale. Le forme si sfanno nell’aria densa, come nebbiosa, e assumono i connotati fantasmagorici dei miraggi.
L’atteggiamento fotografico di Tazzari scaturisce dall’esigenza di ritrovare nel banale quotidiano qualcosa di ancora gradevole e capace di sollecitare il sentimento personale.
Guardare una spiaggia con occhio distratto oppure assuefatto e guardarla per trovarvi qualcosa di diverso e nuovo fa la differenza tra la fotografia “assente” e quella “creativa”, tra una mera registrazione acritica e uno sforzo interpretativo e di riscrittura della realtà.
Mostrare l’ambiente di una spiaggia non più come realtà attuale, ma come realtà possibile è stata la scommessa vincente di Luigi Tazzari.