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Figure piane - Galleria Melesi
La mostra “Figure piane” presenta opere di 14 artisti che hanno lavorato usando tele di forme di geometria piana.
figure piane, figure geometriche, galleria Melesi Lecco, Jiri Kolar, Tino Stefanoni, Hugo Demarco, Julio Le Parc, Horacio Garcia Rossi, Simona Uberto, Alberto Biasi, Grazia Varisco, Claudio Destito, Jorge Eielson, Pino Pinelli, Clara Bonfiglio, Piero Dorazio, Getulio Alviani
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Figure piane

FIGURE PIANE

Mostra collettiva

Inaugurazione sabato 5 febbraio 2005 dalle ore 18.30 (saranno presenti molti artisti)
Durata: 5 febbraio – 9 aprile 2005

La mostra “Figure piane” presenta opere di 14 artisti che hanno lavorato volontariamente e non, usando tele di forme di geometria piana.
Jiri Kolar e Tino Stefanoni per il TRIANGOLO, Hugo Demarco e Julio Le Parc per il QUADRATO, Horacio Garcia Rossi e Simona Uberto per il RETTANGOLO, Alberto Biasi e Grazia Varisco per il ROMBO, Claudio Destito per il TRAPEZIO, Jorge Eielson e Pino Pinelli per il CERCHIO, Clara Bonfiglio e Piero Dorazio per l’OVALE, Getulio Alviani per l’ESAGONO.

Il catalogo, graficamente curato da Maurizio Arcangeli e Clara Bonfiglio, è un omaggio della gallerista Sabina Melesi a sua figlia e a tutti i bambini attratti dalle forme e vuole essere un’alternativa ai libretti sulle figure piane proposti ai bambini in età prescolare. Il catalogo contiene testi degli artisti sul loro lavoro in rapporto alle forme.

triangoli e cerchio

TRIANGOLO
Tino Stefanoni
Senza titolo D79, 1994
cm 37 di lato
frammento
acrilico su tavoletta di legno

Jiri Kolar
Senza titolo
cm 38 x 30,5
métaformat (chiasmages su cartone)

QUADRATO
Hugo Demarco
Couleurs, 1979
cm 40 x 40
acrilico su tela

Julio Le Parc
Modulation 530, 1981
cm 100 x 100
acrilico su tela

RETTANGOLO
Simona Uberto
Inquadratura, 2003
cm 24 x 18 ognuna
lastre di ottone sagomate e verniciate

Horacio Garcia Rossi
Couleur lumière (cinema), 1993
cm 8 x 65
tempera su cartone

ROMBO
Grazia Varisco
Gnomoni, 1975/1982
elementi cm 45 di lato
alluminio piegato e verniciato

Alberto Biasi
Dinamica visiva, 1966
cm 148 x 148
lamelle in PVC su tavola laccata

CERCHIO
Jorge Eielson
Amazzonia, 1992
Ø cm 60
acrilico e tela su tavola

Pino Pinelli
pittura G, 1997
disseminazione a 6 elementi Ø cm 35 ognuno
tecnica mista

OVALE
Clara Bonfiglio
Le tre grazie, 1999
cm 50 x 50
mdf. + smalti

Piero Dorazio
“AB OVO” VII, 1981
cm 87 x 50
olio su tela

TRAPEZIO
Claudio Destito
Quadro burqa, 2002
cm h 82,5 x 55,5 x 47
acrilico su legno

ESAGONO
Getulio Alviani
superficie a tesatura vibratile 71061, 1971
cm 48,5 x 42
alluminio

cerchi, quadrato, esagono, trapezio
quadrato e cerchi
cerchi, trapezio, ovale, rettangolo
rombo, rettangolo, quadrato

Fin dai tempi di Anassimandro, discepolo di Talete e grande studioso del cielo, si pensava che il tondo – il cerchio, il disco, la sfera – fosse l’immagine della perfezione. Pertanto, il Sole, la luna, i pianeti, le stelle, essendo visibilmente rotondi erano considerati dei corpi non solo perfetti, ma addirittura divini.
La fisica contemporanea, più laica e oggettiva, ha approfondito questa idea, con mirabili risultati, e ancora oggi si può dire che il nostro universo è rotondo. Sebbene di una “rotondità” infinitamente più complessa, ricca e piena di sorprendenti esiti.
Nel campo dell’arte, personalmente, sono affascinato da questa forma così pura e limpida, e la uso con relativa frequenza. Ad esempio, appoggiando una spirale (l’immagine del DNA) di tessuti, colorati o non, sulla superficie dei cerchi o dischi. Così all’immagine del cosmo si aggiunge quella della vita sulla terra, ed il tutto mi sembra più completo. In arte, si sa, questi ragionamenti hanno scarsa importanza, perché ciò che si cerca non è la verità, ma il bello. Ma, posto che l’arte è un’illusione, una magnifica illusione, perché non dovrebbe essere l’artista il primo illuso?
Jorge Eielson, 2005

… in “Topologia” del 1971, è ben evidente l’interesse per l’astrazione e la geometria. C’è però più l’idea di giocare con la geometria, di tirarle quasi la coda. Quindi un’attenzione particolare agli aspetti non euclidei e meno rigidi della disciplina. Ho voluto dare nelle mie pitture l’impressione del calore della mano dell’uomo che tocca o del fiato che modella. … Io sono essenzialmente pittore. Nei miei lavori, anche negli ultimi, persiste uno schema geometrico ed una ricerca cromatica continua. In questo periodo alla necessità di muovere le superfici, per conferire loro una maggior plasticità, si affianca il desiderio di addolcire ulteriormente le forme. Voglio dare l’impressione di addentrarmi nei morbidi anfratti della superficie come se si trattasse di dune nel deserto mosse dal vento.
Pino Pinelli, 1986

FRAMMENTI. Immaginiamo di trovarci in una stanza tutta dipinta; o, per meglio dire, in una stanza che una volta era tutta dipinta ma che oggi, consumata dal tempo, è cambiata, è una nuova stanza, fatta di tanti piccoli frammenti di pittura sparsi qua e là sui muri, quelli che appunto il tempo ha deciso di risparmiare alla distruzione. Naturalmente i contenuti e le peculiarità della stanza di un tempo, tutta dipinta, sono anch’essi svaniti nel nulla, ma questi brani di pittura, rimasti nel vuoto dei muri, hanno acquistato significati, “trasformati” non da una creatività, ma dal tempo trascorso. Così oggi ci si può appropriare del frammento non come residuo di un evento trascorso, ma come fenomeno di autorigenerazione che il linguaggio stesso della pittura ci propone. L’Arte si trasforma, dunque, come il punto di vista dell’artista o dell’osservatore, partecipe oggi non solo ad ogni possibile esperienza o sperimentazione, ma consapevole del cambiamento delle radici stesse della pittura che cambia i suoi orizzonti e che oggi può essere considerata più che un fine, un mezzo, peculiare per le necessità della mente.
Tino Stefanoni, 1994

METAFORMATS. Sans vouloir renoncer à l’écriture, sachant d’autre part que le travail dans la chambre noire ne s’accommode guère du rôle d’un simple àcôté, j’ai néanmoins essayé de faire de la photographie. Mais après avoir passeé un mois environ à la lumière rouge, alors que je découpais un negatif endommagé, j’ai commencé à trouver le format normalisé (rectangulaire ou carreé) ennuyeux. Le même soir j’ai fabriqué quelques patrons aux formes variées et j’ai tiré mes épreuves dans ces formats. C’était à un moment où j’écrivais encore et où je sentais mûrir en moi la convinction que chaque poème doit avoir sa forme individuelle. Me trouvant par la suite devant lr problème d’un nouveau format à donner au collage, j’ai refait encore un fois le chemin parcouru par ma poésie, chemin qui m’a conduit à une solution identique. Chaque collage (comme auparavant chaque poème) demandait un format qui lui fût propre. L’homme lui aussi se comporte et s’exprime de façon toujours différentes phases de la vie. La vie elle aussi est pleine d’éruptions, de cristallisations, d’éboulis. La vie elle aussi ne cesse d’être allégée d’un côté, alourdie de l’autre, il y a toujours en elle quelque chose qui esplose ou s’engloutit.
Jiri Kolar, 1990

Se analizzo oggi la mia opera, posso dire che l’idea dinamica è sempre giacente nella forma, nel colore, nella struttura.
Vorrei dire che considero il mio lavoro ottimista, positivo. Io sostengo un’immagine di sicurezza e di fede nel progresso e nel futuro. Il pessimismo è escluso dalla creatività ed è per questa ragione che la mia ricerca sul movimento riflette implicitamente una certa gioia di vivere.
Hugo Demarco

LA FORME. Ainsi nous attaquions-nous à la notion de forme reconnaissable avec ses valeurs propres, ses significations, ses suggestions, etc. Les formes devenaient anonime, leurs rapports aussi, au profit d’une surface active capable d’établir une connexion visuelle avec le spectateur. Nous ne nous attardions pas sur une forme en particulier, ni sur une façon particulière de la situer dans la surface. Nous utilisions des formes géométrie. C’est ainsi que nous prenions en considération, à l’époque, certains tableaux de Pollock et de Tobey. L’uniformité y était obtenue par la répartition de taches identiques disposte sur toute la surface. On pouvait imaginer que ces tableaux se continuaient au-delà du cadre. Les formes utilisées n’avaient en elles-mêmes aucune valeur.
Julio Le Parc

… Ho realizzato anche opere nelle quali utilizzo come elemento base la grafia delle parole che identificano (nel linguaggio usuale) questi elementi plastici: quadrato, cerchio, triangolo, riflesso, colore, linea, volume, piccolo, grande, spazio, luce, niente, proponendo un’immagine visuale dove la stessa si identifica, talvolta contraddicendosi, con la parola ed il suo significato.
Horacio Garcia Rossi, 1974

INQUADRATURA. IL RETTANGOLO. Una forma geometrica. Un rettangolo che contiene una forma libera, una figura umana. Due forme, una spigolosa e semplice, l’altra morbida e complessa, entrambe rimandano al concetto di confine nonostante la loro diversità-lo statico il dinamico-. Queste figure opposte sono complementari nel loro essere. La figura umana si rapporta con la forma geometrica forse più usata nella nostra società.
In natura niente è rettangolare, la forma geometrica è una nostra costruzione, la ritroviamo ovunque: nelle planimetrie delle nostre abitazioni ad esempio, alla base di tanti oggetti di uso quotidiano come: i giornali, i libri, i tavoli, il computer con le sue finestre rettangolari, le finestre delle nostre case, i finestrini del treno… le nostre finestre sul mondo.
È rettangolare l’occhio meccanico della macchina fotografica, così come la carta sulla quale stampiamo le nostre preziose immagini, sottraendole gelosamente da un tempo che scorre via freneticamente.
Un rettangolo ci salverà dal baratro!? Ci proteggerà dal concetto d’infinito, al quale ogni giorno andiamo incontro? Infinito che è anche dentro le linee del rettangolo costituite da punti infinitesimali.
Siamo persi in un rettangolo… ognuno nella sua dimensione, ognuno nel suo confine.
Simona Umberto, 2004

Tre soli colori, nero grigio e bianco, e la geometria come sempre compagna di viaggio.
Getulio Alviani

Il quadro deve rivolgersi ai sensi e trasmettere un’emozione primordiale: il colore, la forma, il peso, le dimensioni, la forza di gravità, far sentire la distanza nel tempo fra le percezioni di un colore, di una forma dall’altra. Questa capacità di rispondere, quasi ricettività dei sensi è molto impostante, non bisogna assolutamente perderla, come la nostra civiltà tenderebbe a fare. La funzione dell’arte è anche quella di risvegliare, di mantener costantemente vigili i sensi, adoperando le forme più aggiornate, in grado di star dietro al processo tecnologico che invece vorrebbe addormentare. Tant’è vero che un quadro moderno non si potrà mai trasmettere per televisione… L’artificio non esiste per l’arte. Ma quest’arte deve continuamente adeguarsi alle trasformazioni che l’uomo subisce.
Piero Dorazio, 1984

“L’ovale è un cerchio con le gobbe”. Zoe Arcangeli
Intagliare significa togliere, togliere su una superficie è bucare con la consapevolezza che anche il vuoto può essere “concreto”.
Il mio lavoro è lì, in quel che ho tolto.
Quel che ho tolto ha la forma di una scritta che non “riflette” nessun oggetto ma il gesto svolto dallo sguardo.
Penso che chi fruisce l’arte possa cambiare l’approccio con il lavoro che ha davanti, possa guardare anche con un’ altra ottica, un’altra logica altri metodi. La scrittura, prima ancora di essere senso è forma (questo sempre).
La scrittura determina la forma dell’“oggetto” stesso. Il concetto, il senso della parola o della frase costruita è volutamente “del tutto banale”, scontato, perché non è lì che chi guarda deve fermarsi. La storia dell’arte mi ha insegnato che l’arte è dare forma ad un’idea.
Il più delle volte l’idea è la trasgressione e lo sconvolgimento dei codici di riferimento.
Ho visto tante rappresentazioni di “Madonna con bambino”, ma il COME, la forma che le rende tutte diverse, mi ha sempre portata oltre la rappresentazione del tema, spesso imposto, e mi ha sempre trovata a dovermi confrontare con le idee dell’artista in questione.
Clara Bonfiglio, 2004

LA O DI GIOTTO. Ci sono persone che di fronte ai miei quadri non vedono perché accecata dalla tradizione, perché hanno occhi ammaestrati dalla pittura e dalla cultura del passato. Altri invece, soprattutto i giovani, si avvicinano alla mia opera con occhio libero da pregiudizi. Li riconosco perché guardano con occhio mobile, cioè guardano e contemporaneamente si muovono. Li vedo improvvisamente fermarsi, poi riprendere a muoversi sempre con gli occhi puntati sull’opera. I loro occhi si illuminano quando colgono il farsi e disfarsi dell’ immagine o il suo deformarsi, soprattutto quando intuiscono che i dinamismi ed i mangiamenti, a prima vista reali, in realtà dipendono dal loro spostarsi di fronte all’ opera. “Guarda: è la O di Giotto! … sembra muoversi! … eppure è ferma! … si muove se guardandola ti muovi!”. Pressappoco queste furono le esclamazioni di alcuni studenti davanti ad una mia opera. Stavano visitando, dopo aver ammirato gli affreschi di Giotto della Cappella Scrovegni, una mia antologica al museo Eremitani di Padova. Anch’io ricordavo la leggenda del tondo inviato da Giotto a Papa Benedetto IX. Ma non immaginavo che davanti a quella mia opera si potesse vederne la visione, come invece dichiaravano, forse uccellando, quei ragazzi. Fra l’altro, ne rimasi stupito perché l’episodio del tondo tracciato da Giotto su carta e a mano libera, a parer mio, evidenzia la sua notoria tirchieria più che la sua bravura. A me sembra spontaneo, e comunque affatto laborioso per un pittore, far perno sul polso per tracciare un cerchio regolare. Certamente è più complesso fare un triangolo equilatero oppure un pentagono. Per questo io penso che il Vasari ci abbia tramandato una leggenda. Resiste nel tempo perché il cerchio, non avendo principio né fine, è associato all’eterno divino e perché nel racconto si invera l’aspettativa dell’uomo semplice di fronte all’ opera d’arte, il desiderio cioè assoluto, di perfezione. E però dal giorno di quelle esclamazioni ho cambiato il titolo: quella che nel periodo del Gruppo N era una “dinamica circolare” ora è diventata una “O”. In realtà, di semplice come il cerchio di Giotto, quella mia antica dinamica ha solo circolarità perché invece la sua costruzione è molto complessa. E’ fatta di lamine che avvitano lo spazio ne intrappolano la luce. E a chi la guarda appare in movimento.
Alberto Biasi

GNOM-ONE, TWO, THREE, FOUR. Il rigore delle convenzioni della geometria è alterato, reso quasi indecifrabile per effetto della semplice operazione del piangere, lungo il perimetro di un quadrilatero, una porzione dei lati. Il perimetro si snoda, sotto il nostro sguardo la geometria, da piana, diventa tridimensionale, spaziale, in modo intrigante, intrigato.
Grazia Varisco

…Gli esercizi al trapezio-rettangolo comportano all’artista-ginnasta tripli salti mortali con avvita-menti per esibirsi nel mondo-circo dell’arte…
Claudio Destito, 2004



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