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Albero Biasi, maestro italiano dell'op-art, dell'arte cinetica e
programmata, é nato a Padova il 2 giugno 1937.
Biasi inizia a lavorare
come scultore e pittore nel 1959, anno nel quale forma il Gruppo N e
collabora alla progettazione di tutte le opere e all'attività artistica
del gruppo fino al suo scioglimento.
Nel '61 è fra i promotori di
"Nuove Tendenze" e nel '62 tra gli iniziatori di "Arte
Programmata". Sono di questo periodo le "trame" e i
"rilievi ottico-dinamici", le "forme
dinamiche", le strutture e fotoriflessioni in movimento, gli
ambienti a fotoriflessioni percezione instabile.
Dopo lo scioglimento del Gruppo N si
riscopre "solista" e inizia una serie di ricerche sulla forma,
le spazialità cangianti e sui movimenti armonici realizzando un ciclo
consistente di opere dal titolo "politipo".
In seguito realizzera' opere strutturate con elementi lamellari in rilievo abbinati
ad inserimenti pittorici di forte suggestione formale e cromatica.
Oltre a dodici esposizioni di gruppo e settantadue personali, Biasi ha
partecipato a circa quattrocento collettive, fra cui le Biennali di
Venezia e di San Paolo e le più note Biennali della grafica (Ljubljana,
Bradford, San Francisco e Cracovia).
Sue opere si trovano alla Galleria
Nazionale di Roma, al Museum of Modern Art di New York e nei Musei di
Belgrado, Bolzano, Bratislava, Buenos Aires, Ciudad Bolivar, Epinal,
Gallarate, Guayaquil, Livorno, Lodz, Ljubljana, Middletown, Padova,
Praga, San Francisco, Saint Louis, Teolo, Tokio, Torino, Venezia,
Wroclaw, Zagabria ed in numerose collezioni italiane e straniere.
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ENIGMA DELL'ARTISTA CINETICO
Nella mia opera non vi è
rappresentazione del movimento, come nel futurismo. Ne vi è movimento
reale, come nella cosiddetta arte cinetica. Se vi è movimento e
cangiamento, questi sono frutto della mente del riguardante.
Contrariamente a quanto pensavo il fenomeno è solo in parte spiegabile
tramite la, psicologia della gestalt. Il fruitore immagina infatti ciò
che manca: il movimento, innanzi tutto.
Ma poi, riempie e svuota l'opera di altre presenze, come se egli si
trasformasse in esecutore di immagini e la mia opera diventasse semplice
strumento.
Ne traggo l'enigma: sono io nell'opera? Sono forse io la causa di così
potente carica, di così tanta energia visuale? |
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QUAL E' IL SIGNIFICATO?
E' la domanda che alcuni mi rivolgono
di fronte ai miei quadri. "Quello che vedete!" è la mia
risposta. Mi sembra tuttora la più chiara e anche un invito a stabilire
un rapporto libero da pregiudizi, direttamente percettivo, tra l'occhio
e l'opera. Ma, il più delle volte, nei sono reso conto di non aver
ottenuto risultati apprezzabili. Intuisco che alcune persone hanno
sempre e con ogni quadro un rapporto visivo statico, quasi fotografico,
e, se sono critici d'arte, mi classificano come artista astratto.
Eppure non mi ritengo un "astrattista", per lo meno non nel
senso comune del termine, intendo quello con cui si definisce la
tendenza riduttiva di alcune configurazioni in altre meno complesse. Fra
l'altro io considero infondata questa motivazione di principio
dell'astrattismo. Di fronte ad un albero a me sembra di coglierne la
verticalità, la rotondità ed il verde prima di ogni ulteriore sua
specifica configurazione. Altrettanto normale e primaria mi sembra
l'attitudine a elaborare rappresentazioni semplici e globali.
Forse è l'insistente presenza nei miei lavori di segni, figure e
superfici semplici o geometriche e di colori nettamente definiti a
provocare questo equivoco. Ma il mio uso ripetuto di elementi materici e
la loro strutturazione in figure, genericamente definibili astratte,
sottende tutt'altre intenzioni.
La mia attenzione va pertanto a coloro che sanno vedere e che nei miei
quadri vedono muoversi, modificarsi le forme ed i cromatismi e vivono
gli effetti dinamici come fossero concreti.
"Quel tondo si muove, ma sa anche star fermo!" ha esclamato un
visitatore durante una esposizione.
Sono rimasto turbato per la qualità attribuita al manufatto.
Personalmente, ben conoscendone la statica fissità, non ero mai
arrivato a tanto.
Penso che quel visitatore in quel momento non avvertisse sconnessione
tra staticità e dinamicità del suo contemplare. La sua mente era
diventata forma in divenire ed era entrata nel quadro.
Alfine quello stupore mi ricorda alcuni momenti della mia esperienza
con la natura, momenti contemplativi che mi hanno affascinato e che
così ho descritto in altra occasione: Una goccia cadeva sulla quieta
distesa di uno stagno? Oppure una minuscola bolla gassosa affiorava in
superficie? Qualunque fosse la causa, i miei occhi si concentravano
sull' increspatura liquida e sulla sua riflessione luminosa: la mia
mente vedeva lo scaturire del cerchio, il suo espandersi e lo
scomparire.
Velocemente, in treno oppure in automobile, stavo attraversando un
pioppeto? I miei occhi erano attratti dall'intermittente trasparire
della luce tra i fusti dei pioppi; la mia mente vedeva il formarsi di
una verticale luminosa che galleggiava sullo sfondo, mi seguiva e
diventava mutevole orizzonte."
Guardavo la natura oppure già vedevo le mie pitture cangianti?
Alberto Biasi |