E’ sorprendente constatare l’impassibilità della continua coerenza del lavoro di Maurizio Arcangeli. Avanza naturale, innata, manifestandosi opera dopo opera come una “granitica leggerezza”, senza richieste o finte provocazioni. Se ne sta infitta in un grano nucleare all’interno di ogni opera, come una certezza da non indagare. Meglio sarebbe scrivere: una certezza così “certa” che non bisognerebbe scriverne. Beh, me lo perdonerà, visto che al momento della vostra lettura, se ciò accadrà, questa liquida dichiarazione sarà già stata pubblicata. Il senso del pensiero e della “direzione” di questa coerenza sembra essere rintracciabile in un momento tanto vasto quanto impreciso che per comodità collochiamo - tramite un imperdonabile viaggio nel Tempo - in una area denominata Ottanta. Gli Anni Ottanta. La critica - e così si legge nelle varie testimonianze rintracciabili e disponibili - con puntualità inizia citando proprio un’opera emblematica di quella area di tempo e l’opera data 1980-1981. La potete osservare tra i risvolti di copertina: Giovane che Ri-guarda Lorenzo Lotto - costruzione nello spazio e nel tempo del posto occupato dall’autore (1505) e (ora) dall’osservatore di questo quadro; è una matita su carta. Tutto da lì sembra avere inizio. Eppure leggendo si scopre che Quel termine d’inizio viene interpretato come una appendice, una evoluzione dipendente dal e del clima che precedeva quegli anni. Scatta immanentemente il termine Concettuale. Il povero Giovane che Ri-guarda avrebbe di che domandarsene… Forse, in questo breve percorso insieme alle immagini del lavoro di Arcangeli potrei cercare, sommariamente di raccontare, narrare un certo senso “fantasmico” che l’immagine in arte vive e in quel momento specifico prendeva vita. Se di tempo dobbiamo parlare e di quel momento, si potrebbe iniziare da lì: tra gli anni Ottanta. Il contesto è semplice e ancor ricostruibile perché passato molto prossimo. Prendete una rivista d’arte contemporanea del 1980 sfogliatene una e altre e tra le immagini scoprirete un mondo ideologicamente impegnato, di certo, profondo e a tutti noto grazie agli importanti nomi dei maestri che lo hanno segnato; ma scoprirete un mondo in Bianco e Nero. Fotografie d’azioni, performance, fotografie documento di un’opera, foto dell’opera installata e dell’autore che la installa. Timidamente qualche colore dei primi disegni transavanguardini. I “media per l’arte” stanno
prendendo piede, ma non ancora aumentando o dilagando in modo indistinto per travasarsi nei contenitori dei Media tout-court. Il traghettare di un decennio in un altro è un momento curiosamente ambiguo, non si appartiene più al precedente (ma vi si dipende per assonanza e formazione) e non si è ancora nel pieno di un vasto terreno vergine che è il futuro. E’ una ambiguità felice se interpretata come tale. E il lavoro del Giovane ne è chiave felice. Si tratta di vivere e di incarnare con la ricerca artistica ciò che è validamente trascorso e di intraprendere attraverso l’ideale traccia del Compiuto, un nuovo percorso. Il linguaggio, l’idea, il contenuto sono in quegli anni precetto e dominio d’altri, in assoluto. La generazione precedente si è impossessata di ogni possibile campo in modo piuttosto strategico e sistematico. E’ un momento aperto dove si può cercare di lasciare i Padri e dialogare con i loro precetti verso nuove direzioni. Alcuni parlano per quelle opere nate da alcuni artisti di nuova generazione di senso ludico, giocoso, addirittura ironico (termine che per oltre un decennio sembrava bandito). E per ludico si intendeva libero; un senso aperto del potersi riappropriare del linguaggio e del “Corpo” delle immagini dell’arte. In questo gioco profondo del rinominare le Immagini riprendendosele (dimostrando di apprezzare il passato recente e anzi coscientemente da li ripartire) inizia Arcangeli senza zavorre, lieve, in un gioco di specchi, di Storia dell’arte e di rimandi che sono ovviamente sia visivi che mentali. E’ lui stesso che lo ricorda in una intervista sempre a proposito di quel disegno del Giovane. “Nel 1980” ricorda l’artista “ho preso dall’Archivio degli Uffizi una riproduzione fotografica e una scheda tecnico-critica dell’opera di Lorenzo Lotto Ritratto di giovane – nota anche per essere stata oggetto di una intelligente speculazione di Giulio Paolini. (...) ma a differenza di quanto aveva precedentemente fatto Paolini, io non ero interessato alla fotografia, quanto invece alla possibilità di ricostruire l’opera di Lorenzo Lotto. Cosa che ho fatto ridisegnando il soggetto a matita (…) il mio fine era quello di restituire l’opera al suo autore attraverso la ricostruzione a matita che avevo fatto di essa. E’ ovvio che, pur operando con una tecnica tradizionale come il disegno, mi muovevo in un ambito mentale”. Ma è ancor più importante leggere quando l’artista dichiara la sua necessità di riprendersi il fare l’oggetto delle immagini, il rubarne il senso appunto “fantasmico” misteriosamente vero, quel senso che la fotografia non poteva raggiungere. Così, in un breve giro di tempo (e nella lunga ed estenuante pratica del disegnare “a mano”) Arcangeli affronta e ri-disegna alcune opere ciclopiche della Storia come lo Scolabottiglie e la Gioconda con i Baffi di Duchamp, e contemporaneamente immagini pubblicitarie e anche un quadro di Cucchi. E’ questo senso trasversale e diacronico che caratterizza quel momento, l’ideale di ridar vita libera alle immagini che troviamo senza necessariamente dipendere dalla pura dimensione iconologia ed ancor meno concettuale. E’ il riprendersi un mistero. “Con il disegno trascrivevo bidimensionalmente la realtà” ricorda l’artista “Tuttavia ciò non mi bastava. Ho così deciso di rubare oggetti alla storia dell’arte…. Con la fotografia puoi solo registrare un’opera, con il disegno puoi rubarla, carpirne i segreti, appropriarti della sua anima”. Rubarla, possederne il tempo lunghissimo d’esecuzione, corrisponde in fondo, al ri-viverla quella immagine, all’averne riscoperto il Corpo. E’ interessante che Arcangeli sia uno dei pochi artisti contemporanei con cui si possa serenamente parlare di un’opera d’arte come un semplice oggetto. L’ambiguità positiva che è in questa affermazione sancisce l’importanza che lo stesso artista da all’Idea di Matrice, di immagine che vive più vite l’importanza del Nome, non quello della didascalia. Non a caso quindi il gioco, tra ombre e lumeggiature, che quei disegni causano ancora allo spettatore. Molti, stringendo gli occhi ed avvicinandosi sempre più con il naso, lottano tra il riconoscerla come una fotografia ed un disegno o meglio un possibile disegno fotografato. In un mondo
dell’arte contemporanea, che ricerca ossessivamente (e spesso annaspando in una velocità dell’indistinto) l’attualità dell’immagine e la sua possibile interpretazione immediata tramite la didascalia, i lavori di Arcangeli si sospendono in un oggettivo silenzio parlante. Quasi impossibile resistere al loro mistero ed alla piacevole quanto profonda voglia di evitare ogni possibile lettura letteraria. I lavori SONO, esistono come oggetto, forse potremmo sì dire boettianamente, esistono come gioco feroce. Una volta che Arcangeli si impossessa del “Corpo” (e sarebbe irresistibile citar l’artista dicendo anche dell’Anima) di una immagine, essa si è ripresentata e metamorfosata, lì e per sempre: è sua, come Nostra (se vogliamo).Ma ancora in uno spirito del tempo Arcangeli scorge il pericolo dell’iconografia, della dipendenza dello spettatore dall’immagine e del suo davvero inevitabile essere tradotta (così come ci aveva insegnato il dizionario concettuale 70). Ancor di più, in un breve periodo, affiorano, dilagano e spesso tracimano negli anni Ottanta i dipinti (solo alcuni, pochi, magistrali) dei Citazionisti o Anacronisti o dintorni. Il gioco letterario è in agguato, il principio dell’impossessarsi dell’immagine come pretesto che Arcangeli ha seguito come traccia ad uso linguistico è in equivoco possibile. Con l’abilità del prestigiatore profondo si impossessa “in tempo
reale” delle immagini più note degli anacronisti, della loro mitologia spesso rappresa e vi gioca, ne affoga il disegno neo-classico che ricostruisce tramite una filo di piombo, in una materia pura di gesso (quasi una calce che copre affreschi lontani) e ne gratta la superficie fino a farli ri-apparire, tramutandoli già in memoria del presente, spostando ancora una volta la pittura verso il Linguaggio. Una evanescente metamorfosi. Pictura Tolta sono titolati a partire dal 1982, artefatto modificato da Pittura Colta e accompagnati di seguito dal titolo originale del dipinto rifatto. Il Linguaggio, la parola, i segni. L’immagine sembra aver assunto un corpo evanescente; la sua predominanza minaccia il senso, la direzione del lavoro. Nel breve viaggio che leggete ancora due appunti di tempo. Nel 1986 Arcangeli è a Rapido Fine, un non-mostra in un gigantesco complesso industriale abbandonato con un’opera-scultura intitolata Solubile tra la gabbia con zollette duchampiane e grondaie drenanti di recupero. L’anno successivo sette tele sono impuntate nei tronchi d’altrettanti alberi dell’isola Boschina “nel” Po mantovano, entrambe operazioni di Perdita fortuita dell’Immagine come “Figura di ricostruzione d’antopomorfia” e inizio d’esplorazione infinita dello Spazio attraverso i segni.
- 1987 ? “Il punto interrogativo nero” sottolinea Arcangeli “costruito con un telaio della stessa forma del suo soggetto, nasceva, nel 1987, dall’esigenza di fare un quadro che non fosse né finestra sul mondo, ne astrazione: volevo mostrare esattamente ciò che era, evidenziare che l’opera rimandava formalmente e mentalmente al codice mostrato”. L’immediatezza, priva di mediazioni letterarie, l’istantaneità simultanea e non l’analogia costruiscono i lavori che chiamiamo per Arcangeli le Punteggiature. Quasi per paradosso e meravigliosa ambiguità questi oggetti che riconosciamo come elementi di punteggiatura, sono immediati, talvolta imperativi; eppure il loro interloquire non mira al ricostruire una assenza di testo quanto, principalmente ed unicamente, ad impossessarsi di uno spazio fisico che corrisponde al luogo dato, alla parete, all’architettura nelle sue dimensioni fisiche e percettive. Se le parole (la loro denuncia di suono attraverso il simbolo dell’alfabeto) infatti costituiscono un corpo, la punteggiatura si insinua strutturalmente per distribuirle in un Tempo ed anche un Senso.
“Eliminando le parole” dice l’artista “e mostrando la punteggiatura era come se lasciassi solo il ritmo, che poteva essere interpretato dal fruitore nello stesso modo in cui si leggono le note musicali disposte su di un pentagramma. Nel tempo stesso volevo fosse
ben evidente che lo spazio di fruizione non era solo mentale ma anche e soprattutto fisico”.
Così come ha cercato il possesso del corpo delle immagini, della “Figura” insita nel Titolo e nel gioco profondo di reazione tra ciò che è raffigurato e ciò che lo costituisce, Arcangeli costruisce da quell’opera (?) una vera lotta sguardo a sguardo con l’osservatore. Se apparentemente i lavori della punteggiatura (come coerentemente i precedenti) paiono dialogare in una chiusura sospesa con loro stessi, il loro destino sottile (così come chirurgicamente sottile è l’ironia di questo artista) è tutto volto a chi guarda. Lo spazio ed il tempo diventano materia prima. Il corpo di cui è costruita la punteggiatura è il punto di partenza, la sua ombra, la sua fisicità nello spazio e soprattutto il suo disseminarsi nello Spazio sono le condizioni che il fruitore trova innegabili e principali. E un suono misterioso; una partitura per chi vuole tornare davvero a leggere l’Enigma. Ma come poter far interrogare e risolvere una idea di opera da parte del pubblico? Come far avvicinare ancora il lavoro come parte fisica, come oggetto? “Da qui il passaggio a opere costituite dalla scritta “Unquadro” è stato breve” dice “Unquadro non mostra un dipinto ma l’idea che si ha di esso visualizzata attraverso la forma ed il colore di singoli grafemi della parola… La tela non è più un supporto, è il mezzo
che costruisce l’opera, non raddoppia la parola… nel mio caso c’è un tentativo di fondere l’oggetto alla parola, ricreando la stessa immagine… Nel mio lavoro lo spazio non è rappresentato ma è occupato… Sono inoltre impegnato in una sorta di sfida: fare un quadro legato alla tradizione, per quanto riguarda la tecnica, ma che allo stesso tempo la superi: a livello formale e visivo, infatti, il mio quadro non ha nessuna inerenza con la tradizione”. Anche in questo caso, l’impossessarsi sottile della realtà, della tremenda oggettività del reale.

www.maurizioarcangeli.info
- Forse per questa mostra di Lecco, per circolarità coerente, si potrebbe iniziare dal centro dello spazio espositivo…. da Unquadro. Eppure, come in un gioco labirintico questo catalogo inizia con i disegni del 1988 dei segni dello Zodiaco. In un tratto a matita Arcangeli traccia la mappa dei simboli celesti (Decisi quando? Da chi? Da quanto?) immediatamente acquisiti al sapere comune, tra astrologia e credenza, appartenenti al patrimonio comune dei simboli. Questa la Matrice! Da quella matrice, Ideale Oggetto, nascono i Di-Segni Di-Stelle gli acrilici su tele che costruiscono parte dello spazio della Galleria. Segni immediatamente conducibili alla sintesi di un Segno (questa volta zodiacale) ed ancor di più ad una figura-emblema, talvolta ad un complesso
animale, talvolta ad una mitologica figurazione. Ed ancora, dalla semplicità evidente, conducono questi di-segni di-stelle allo spettatore, impossessandosi di lui tramite l’inconfondibile riconoscersi nel proprio segno ed ancora nel trascorrere con lo sguardo lo spazio aperto dove il colore del segno annuncia la sua proprietà, l’appartenenza.
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| Maurizio Arcangeli con Di-Segni Di-Stelle (Arte
Fiera 2006 Bologna) |
Tutto il “rumore” dello Zodiaco, le sue possibili applicazioni, le sue molte superstizioni, il suo attualizzare il medio evo (ci piaccia o no) sembra essere attutito dalle parti regolari “mistiche” e assolute delle 26 tavole in mdf di Alfabeto cieco. Seguendo, pur controvoglia, l’oramai leggendaria affermazione barilliana per cui ad Arcangeli: “fu molto utile in quel momento (alla fine degli anni Ottanta) l’essere stato chiamato a fare il servizio militare nella marina” appaiono come traccia fondamentale nel suo lavoro le bandiere “cioè quel sistema di bandiere con cui il linguaggio marinaresco riesce a comunicare a distanza… elementi convenzionali fatti di schemi geometrici, evidenziati da un colorismo sfacciato”. Arcangeli ha ben dimostrato negli anni di saperlo dominare giocando imperterrito quel “linguaggio”. Le araldiche colorazioni delle lettere universali si sono così distribuite a Nuovo Alfabeto, traslitterazione diretta e mai camoufflage. L’artista ha colmato di volta in volta il mondo con le loro lettere, i colori, le tele, le frasi e le nominazioni. Lo spazio del significato e della parola sembrano essere il campo d’azione di questo creatore che sembra voler applicare il tempo della cultura e non il tempo veloce della comunicazione. In una profonda “ambiguità”. Quell’ambiguità che insieme a Metafora e Allegoria un tempo costituivano (e questo Arcangeli faticherà a perdonarmelo) la Regione Centrale del Barocco, della sua Inquietudine esatta e tensione morale, sembra albergare lucida nelle opere delle Bandiere. Sono state dipinte su tela, impresse come spilli visivi, hanno ruotato significati, sono state colore e geometria, in alcuni casi hanno invaso il muro deflagrando lo spazio ordinato: sono state affresco? O semplicemente, hanno alluso a significati e suoni? Nell’anelare all’affresco del colore e della geometria, questi segni universali hanno caratterizzato il lavoro di questo artista, e voltando lo sguardo il pubblico di questa mostra allora, riconoscerà in Alfabeto cieco le sinopie, le tracce vere e forti di quell’alfabeto: questa volta privato o in attesa del Colore, che dirige, motiva e significa. Le lettere, disegnate e tracciate una dopo l’altra. Ventisei stazioni, molti più segni. Ed ecco che un opera allestita “a bandiera” aggettante la colonna ci interrompe la teoria pura e classica dello spazio bianco. E’ un’allerta, un ritratto famigliare. Alla sinistra due tavole: un ritratto. Il colore restituisce la
bandiera e ad essa la sua valenza di lettera ed alla lettera… I suoi suoni pronunciati: Sierra - Mike. Eccole con il colore i segni i suoni: il ritratto dell’Ospite Sabina Melesi “ritratta” da Maurizio Arcangeli. Un suono, la possibilità di Ritrarre e dipingere compiendo un passo avanti, oltre il tempo dei Media e attraverso il tempo dell’Arte.
- La realtà, l’esterno… “Non posso che insistere sul mio desiderio di appropriarmi… Mi approprio comunque anche del fruitore”… Ottimo ritrattista, allora. Temibile wildiano, esatto costruttore di reale sempre in dialogo ambiguo e chiaro con la realtà, Arcangeli dispone e delibera di alcune sue opere non colorate pronte per essere dipinte su indicazione del Committente… del suo desiderio o del suo appartenere ad un Colore. Alla domanda del Perché l’artista risponde:
“Per appropriarmi, attraverso l’opera, della sua creatività”.
Alfabeti ciechi, alfabeti universali, segni cosmici. Metamorfosi ideali e concrete. Spazi mutevoli e loquaci nei silenzi. Quindici anni dopo il Giovane che chiude questo catalogo, Arcangeli disegna, con paziente meticolosità in una piacevole lotta con il Tempo (suo e dell’altra opera) Giovane che Ri-guarda… l’opera che apre questo catalogo, in un rimando tutt’altro che casuale.
Salutandovi… e... per ricordarci che non siamo solo noi a guardare le opere, ma dobbiamo di nuovo imparare che: Sono Loro a Guardare Noi.
Luca Massimo Barbero
Le interviste a Maurizio Arcangeli sono tratte da: M. Arcangeli, di G. Di Pietrantonio, Flash Art n. 191, aprile/maggio 1995. M. Arcangeli, di S. Spada, Tema Celeste, febbraio 1997.
Il testo di R. Barilli: lettere e bandiere, in Quadri e Sculture, gennaio 1997.
Per un percorso dell’opera di Arcangeli si veda: Otto Lettere +, catalogo della mostra a cura di A. Grazzi al Museo Virgiliano, Virgilio (MN). |