Il linguaggio del corpo, proprio anche di tutti quegli animali che abbiano una vita sociale, trovò in campo artistico solo nella danza espressione compiuta. Nelle arti figurative venne impiegato indirettamente in ogni rappresentazione di persone, ma in funzione subalterna. Il suo messaggio primario ed autosignificante attrae l’attenzione dell’etologia. Il mio tentativo è indirizzato a dare forma a questo fondamentale linguaggio nel suo intrinseco valore. Come tematica autonoma con dei “media” quali il video, il film, il dipinto. E’ nei quadri che la rielaborazione del documento fotografico avviene attraverso forme dell’accentuazione, dell’ampliamento o anche con il parziale smascheramento.
Nel 1951, per la prima volta, ho iniziato a creare nel senso d’un linguaggio del corpo con incisioni a occhi chiusi (“Disegni in cecità”), cercando di registrare la traccia grafica d’una eccitata attività motoria della mano. La sovrapposizione pittorica della traccia si può interpretare come dialettica negazione del corporale. Ma ciò mi condusse a forme in cui sia le teste che i corpi femminili diventarono contenuti d’immagini parzialmente occultati. Verso la metà degli anni ’60 iniziai a dare forma a una tematica fisionomica (disegni di profili e maschere). Quando notai che disegnando accennavo smorfie, in natura, parallele e simili a quelle raffigurate sulla carta, mi decisi, nel 1968, a documentare fotograficamente le deformazioni del mio volto (“Face Farces”). In seguito sviluppai, agendo con tutto il corpo, pose corporali espressive (“Body poses”). Ma dal momento che la fotografia quasi non documenta l’eccitazione nervosa che ne scaturisce, ho tentato di suggerirla con la rielaborazione grafica. Nella documentazione filmica, invece, la più piccola attività motoria, lo sviluppo del movimento, i rumori del corpo, sono trasmissibili: ed è per questo che non è necessaria una rielaborazione che li accentui. Dal 1972 sono nati film e registrazioni video attribuiti al campo dell’autodimostrazione, dell’autorappresentazione; ma il loro senso era l’autotrasformazione.. Immagini tratte da questi film, sono state da me prese come base per le rielaborazioni fotografiche. La pittura con le dita o con i piedi nasce dalla traccia del linguaggio del corpo.
Oggi (1978) m’impegna maggiormente il linguaggio del corpo di interlocutori reali o immaginari. Accanto alle “scene duo” con Dieter Roth è soprattutto il manieristico avvinghiarsi, sono le condizioni d’estatico rapimento che m’interessano. Il fascino esercitato dalla vista di un terrestre o mistico trasporto mi ha indotto a occuparmi di tutte le altre forme espressive dell’estasi. Persino di quell’estasi non più derivante da un’eccitata dedizione, ma che è puro allontanarsi - la smorfia dell’agonia. Nella maschera mortuaria, documento dell’estrema espressività umana, la lingua del corpo trapassa di nuovo alla natura.
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