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Tino Stefanoni, nato a Lecco nel 1937, ha studiato al Liceo artistico Beato Angelico e alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Da quasi quarant’anni anni è presente nel mondo internazionale dell'arte.
Il lavoro di Tino Stefanoni, pur non appartenendo in senso stretto a quello dell'arte concettuale, di fatto si é sempre sviluppato nella stessa area di ricerca. Negli anni ‘70 appaiono gli oggetti su tela grezza: penne, matite, tavoli, flaconi. Sono gli oggetti del suo mondo. Quelli che si ripetono, che vivono ogni giorno accanto a lui. Stefanoni analizza e svela il meccanismo della pittura. Squadra la superficie come un architetto, disegna e talvolta colora gli oggetti, li numera, li cataloga. Tutto è tenuto sotto controllo. È un rigore mentale che rimanda alla sua natura precisa, tesa a trovare una motivazione e un senso per ogni cosa: con la pittura, con il disegno a tutto effetto, con il timbro. Ha sempre guardato al mondo delle cose e degli oggetti del quotidiano, proponendoli nella loro più disarmante ovvietà, come tavole di un abbecedario visivo o pagine di un libretto d'istruzioni dove le immagini sostituiscono le parole. A differenza del mondo animale e del mondo vegetale, il mondo delle cosa resta l'unico segno tangibile dell'esistenza dell'uomo e l'unico spazio dove si possono creare l'arte e la bellezza, che non sono l'arte e la bellezza della natura (mostra alla galleria Appollinaire, Milano 1967). E' evidente, nella ricerca, l'interesse a voler presentare le cose più che a volerle rappresentare e, al tempo stesso, a rivestirle di sottile ironia e magia tratte da un'operazione asettica come in un sogno lucido, per intenderci, che può far convivere elementarità e mistero, due elementi che per loro natura non sono affatto prossimi ma vicini per contrappunto (Biennale di Venezia 1970 – Padiglione Sperimentale, Arte Moltiplicata). Anche nei dipinti di oggi, dove i canoni della pittura classica (nel senso stretto del termine) sono volutamente esasperati a favore di una didattica del pittorico (luce chiaroscuro disegno colore), si rivela sempre il mondo delle cose che, pur restando il momento risolvente del suo lavoro, si carica naturalmente di significati metafisici. L'incanto disincanto - La pittura come oggetto - Lo stato dei fatti - L'ironia oggettiva - L'illusione svelata - Amori platonici - Elogio alla banalità del quotidiano - sono alcuni significativi titoli di testi scritti sulla sua opera.
Il finto incantamento, dunque,della sua pittura apparentemente classica, traveste il momento lirico -concettuale del suo lavoro tutto rigorosamente razionale e, per assurdo, “sentimentalmente razionale”, al punto da voler sottolineare che la pittura null'altro che un oggetto per la mente come la sedia, il tavolo o il letto sono oggetti per il corpo.
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