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Per quanto riguarda la mia pittura in particolare, dopo il '76 quando ho rotto il concetto del quadro ed ho iniziato i lavori sulla disseminazione, è passata attraverso una serie di strettoie: quelle del riportare la pittura ad un senso del dipingere, ossia al dramma dell'artista europeo e quindi italiano che avverte il peso della storia e che pensa che l'unico processo possibile sia più quello di pensare alla pittura che quello di fare (che ha ancora come ultimo possibile destino quello di privilegiare l'idea della pittura che non la pittura stessa).
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| Sabina Melesi con Pino Pinelli (Arte
Fiera 2006 Bologna) |
Nell'80 questa pittura riattinge nella propria storia (come sempre accade, un artista guarda nel pozzo della sua casa e da lì riattinge acqua) si ricarica di colori fondamentali, di frammenti (ormai sono scaglie, disseminazioni che si avventano lungo la parete, lungo la soglia dell'infinito che è l'ultimo destino possibile per me) e, via via, passa attraverso una serie di processi ingravidando la pittura di forme mosse (siamo già nell'85) che sembrano come alterate dal calore della mano, fino ad arrivare alle ultime opere che sono scaglie, frammenti di un frammento, come se noi lottassimo all'interno dell'atomo, come se potessimo ancora suddividere l'atomo, farlo scoppiare. Non c'è dubbio che gli artisti si portano sempre il carico delle proprie esperienze, del proprio mondo, delle proprie divine proporzioni. Ritengo che la pittura della nostra generazione mai come in questo periodo sia "in forma" nel senso che c'è un continuo ricercare; io credo di essere un artista che non ha prodotto della monotonia: ho sottoposto il mio lavoro a tutta una serie di passaggi, allargamenti e restringimenti. Adesso più che mai sono interessato a questo discorso dell'infinitamente piccolo, della scaglia che per contro mi si ingrandisce e mi si dilata, quest'idea di andare a scrutare oltre l'idea del conoscibile. In fondo quale è il destino dell'artista? E' quello di essere come un guerriero cieco, un essere che rovista nel proprio grembo cosciente del proprio ignorare e in qualche modo ritira fuori da questo grembo continua energia. Quindi io vedo una pittura particolarmente in salute e con questa immensa vitalità, e con questa capacità di andare a vedere non solo un aspetto mentale, raffinato, ma anche quanto di più profondo esiste in questa parte della ragione, del proprio essere e del proprio fare che in passato avevamo castigato. Accade questo forse perché un artista con la maturità assume questa idea di sicurezza, come un pugile che finalmente impara a stare su quadrato, sa condurre il proprio incontro e si libera dalle eccessive castigatezze.
Pino Pinelli
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